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ZABOOMBA City: 7 novembre 2036

di melissalove (25/09/2007 - 18:23)


ZABOOMBA City, 7 novembre 2036.

Piove acqua sporca stamattina. Il vetro della mia utilitaria Spodoch, un'auto rumena che usiamo solo io e gli extra-aktivi a Zaboomba, pare una mappa del tesoro. E' quasi inutile premere continuamente il tasto visibilità, perché in tre secondi esatti il vetro si congestiona di nuovo di ombre, sfumature, grumi a disegnare un'altra mappa, un'altra evanescente e presente "mappa del tesoro". 

Mi fermo, è impossibile proseguire in macchina. Parcheggio la Spodoch in un vicolo morto, sia a livello di codex viarum che a livello di vita umana ed extra-aktiva.

M'incammino circospetto verso la via principale, mentre l'umidità mi si aggrappa alla gola come un neonato grasso, da guinness, e mi ruba il fiato.

Devo sbrigarmi. Ho un appuntamento con il Senàtor Mc Darius fra 16 minuti e 27 secondi, e a Zaboomba non si ritarda. E' peccato ritardare, peccato punibile con tanti giorni di isolamento quanti i minuti che il ricevente perde per aspettarti.

Il tempo è denaro a Zaboomba. Il tempo è tutto a Zaboomba.

Lo sanno bene gli extra-aktivi, i cittadini che arrivano da fuori città, costretti per i primi cinque anni di residenza a lavorare il doppio degli indigeni, dotati fin dall'inizio, dal momento in cui riescono a superare l'artaporta della dogana, di un orologio speciale, che trasforma il secondo degli altri in mezzo secondo, il minuto in trenta secondi, l'ora in mezz'ora.

Mancano 15 minuti e 11 secondi e sono ancora a due blocchi dal Senato. Non ho alternative: comincio a correre come un pazzo. Vorrei essere un ghepardo e bruciare ogni record, per arrivare in anticipo e guadagnare dei crediti, invece sto rischiando grosso, sto rischiando la cella.

Corro, corro più forte che posso, nonostante l'umidità e la pioggia. Non si è mai visto nessuno con tanta fretta nel bloccosette, il blocco del libersecus. Una transgender in vetrina fa appena in tempo a darmi un'occhiata, incredula, basita, quasi spaventata. Sento i suoi occhi addosso e le do uno sguardo fugace: è abbastanza per apprezzarne la bellezza infinita, ma non posso fermarmi, devo continuare a correre.

Tornerò. Devo ricordare quella vetrina, quello sguardo, quella catena rossa sulla sua caviglia e il suo orologio ambrato, un orologio da extra-aktiva. Devo tenerla a mente.

Mi manca il respiro, sto per svenire, ma ho appena superato il bloccosette. Mi manca solo un altro blocco, l'ultimo prima del Senato, e ho ancora 11 minuti e 52 secondi. Posso farcela!!! :)

ORE 10.29 E 57 SECONDI...

Il Senàtor Mc Darius ha il braccio appoggiato sul tavolo, parallelo al tronco, eretto come si conviene ad uno del suo grado politico. Il suo occhio, l'unico che ha, è fisso sull'orologio nero al polso.

Meno tre... meno due... meno uno... sussurra accigliato.

DRIIIN!

Suona puntuale il campanello.

L'artaporta del suo ufficio si apre. Le due telecamere ai lati inquadrano l'entrata.

Ce l'ho fatta. Sono arrivato in tempo.

Sospiro e saluto con un sorriso, poi mi vado a distendere sul lettino antistante la sua scrivania. 

"Buongiorno Senàtor", ansimo esausto. Sono sudato e fradicio di gocce piovane, sento un arcobaleno di brividi mentre l'asciugatutto automatico mi scaraventa addosso il suo getto gelido d'aria.

Ma sono salvo e fiero di me. Finalmente posso parlargli.

Aspettavo questo appuntamento da tre anni, sette mesi, undici minuti e quarantasette secondi, il momento esatto in cui spensi la mia trentatreesima candelina in compagnia di Vhanìs.

Il Senàtor apre il secondo cassetto della scrivania, tira fuori uno strano aggeggio in metallo e legno, grande più o meno come l'anulare di un pianista, si alza e viene verso di me.

(CONTINUA...)

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